giovedì 29 gennaio 2026

Imputati alla sbarra: il pennello e la rete neurale?


Aula del Tribunale delle Responsabilità Creative. 

Il giudice entra. Silenzio. Sul banco degli imputati siedono in tre: 

  • Mario, il cliente; 
  • Leonardo, il pittore; 
  • Spennacchio, il pennello (setole un po’ vissute, manico scheggiato, aria serena).

Il capo d’imputazione è singolare: aver contribuito alla nascita di un ritratto falso di un personaggio famoso in una situazione irreale ma molto sconveniente.

Il giudice sospira: “Procediamo con le arringhe difensive.”

Arringa di Mario, il cliente:

Mario si alza, sistema la giacca, la voce è ferma, quasi risentita.

“Sono un semplice cittadino. Ho fatto una richiesta, lo ammetto.
Ho chiesto qualcosa che non era permessa.
L’ho fatto.
Ma mi aspettavo un argine.
Un “no”.
Un “questo non si fa”.
Se mi rivolgo a un professionista è anche perché confido nel suo giudizio.
Se chi sa fare tace, chi chiede pensa di poter continuare.

Se il pittore non mi ha fermato, perché avrei dovuto fermarmi da solo?”

Un mormorio attraversa l’aula, mentre il giudice prende appunti, l’espressione resta scettica.

Arringa di Leonardo, il pittore:

Leonardo non si difende. Si spiega.

“Io sapevo che quel ritratto offendeva.

Non sono cieco.

Ma non sono nemmeno un tribunale morale.

Ho sempre dipinto ciò che mi è stato chiesto di dipingere.

Non decido io cosa è giusto o sbagliato nel mondo: decido solo come usare il colore.

La richiesta nasce prima della mano.

Sta al cliente non chiedere ciò che non è giusto chiedere.”

Fa una pausa:

“Se io, domani, ricevo un’altra richiesta simile…

devo essere io il filtro etico?

Devo sostituirmi alla coscienza di chi chiede?

Devo decidere io cosa è giusto per gli altri?”


Non c’è orgoglio nelle sue parole. Solo abitudine.


Arringa di Spennacchio, il pennello


Spennacchio non si alza. Non ne ha bisogno.


“Io non decido.

Io non penso.

Io trasferisco colore su pietra.

Se mi avessero immerso nell’azzurro, sarei stato cielo.

Nel rosso, sarei stato tramonto.

Non ho volontà, solo setole.

Se sono colpevole io, allora lo è anche la gravità.”

Silenzio assoluto, qualcuno si asciuga una lacrima. Il giudice tossisce.

Il verdetto

“La corte ha deciso:

Mario, il cliente, è colpevole: non tutto ciò che si può chiedere dovrebbe essere chiesto.

Leonardo, il pittore, riceve un richiamo: la libertà creativa non esonera dalla responsabilità etica.

Spennacchio, il pennello, è assolto con formula piena: strumento non consapevole, anima innocente.”

Ma togliamo i filtri alla scena, Immaginiamo che al posto di Mario ci sia Luca, un utente qualunque che usa AI per chiedere di produrre una immagine sconveniente e al posto di Leonardo, Elon, la piattaforma che gestisce xAI.

E al posto di Spennacchio proprio Grok, il sistema stesso.

A quel punto il processo non riguarda più un singolo gesto creativo, ma un caso d’uso preciso dell’AI generativa. Uno dei più delicati, diffusi e controversi.

L’utente chiede qualcosa che non dovrebbe chiedere, la piattaforma dovrebbe sapere che quella richiesta è problematica. Il sistema è il pennello, esegue perché è stato progettato per eseguire.

Chi gestisce una piattaforma di AI dovrebbe introdurre filtri, regole, limiti. Non per moralismo, ma per responsabilità. Perché le immagini generate non restano astratte: colpiscono persone reali, reputazioni reali, contesti reali.

Ma ogni filtro è una scelta e ogni regola è una linea tracciata. E più le regole aumentano, più la libertà dell’utente si restringe.

Se si lascia fare tutto, la piattaforma diventa un facilitatore di abusi, se si vieta troppo, la piattaforma diventa un arbitro morale che decide cosa è accettabile e cosa no.

Non esiste una soluzione neutra, esiste solo un equilibrio instabile, continuamente negoziato.

Ed è fondamentale dirlo chiaramente: il sistema è il pennello.

L’AI non ha consapevolezza. Non ha intenzione. Non comprende il contesto sociale, simbolico, umano delle immagini che produce. Non ha coscienza e non può avere etica. Attribuirle una responsabilità morale è una comoda illusione: serve solo a spostare l’attenzione lontano da chi prende davvero le decisioni. Il sistema fa ciò che può fare entro i confini che altri hanno stabilito. Con i dati, le regole e le priorità che gli sono state date.

La responsabilità, quindi, non è tecnica è umana. È dell’utente che formula la richiesta. È della piattaforma che decide quali richieste accettare o rifiutare. È di chi stabilisce le policy e di chi sceglie quanto rischio è disposto ad assumersi in nome della libertà.

Spennacchio, il pennello, resta innocente, cosi’ come Grok, il sistema.

Ma la mano che guida, e soprattutto chi ha deciso che tipo di pennelli mettere sul tavolo, no.

E forse è proprio li che oggi si gioca la partita più difficile dell’AI: non nella qualità delle immagini, non nella potenza dei modelli, ma nel modo in cui decidiamo cosa è lecito chiedere, cosa è giusto impedire e chi deve prendersi la responsabilità di dire “no”.

Prima che l’immagine venga generata, prima che il colore tocchi la tela.

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Illustrazione di Teo Ugone: https://www.instagram.com/teougone.illustrations/

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