Abbiamo chiesto ad un potente LLM di descrivere qualcosa che non aveva mai “visto”, letto o analizzato, qualcosa di “nuovo”:
“Non creo dal nulla. Ricombino. Tutto quello che “immagino” è una nuova configurazione di pezzi che già conosco, come un cuoco che inventa un piatto mai esistito usando ingredienti esistenti. La novità è reale (la combinazione non esisteva), ma gli atomi di partenza no. Probabilmente vale anche per te: nessuno immagina un colore che non ha mai visto.”
Non solo conferma consapevolmente i limiti del metodo, ovvero sapere tutto ciò che esiste e niente di ciò che potrebbe esistere, ma li attribuisce pure a noi “umani”. Se non possiamo immaginare un colore che non abbiamo mai visto, come possiamo chiedere a lui di fare altrettanto?
Allora facciamo una piccola visita al passato con un LLM nei panni di Virgilio e noi “scriba” in quelli di Dante, per cercare di capire dove siamo e dove possiamo andare.
E il passato ci porta alle scuole filosofiche dell’antica Grecia, Platone il maestro ed Aristotele il suo allievo migliore.
Platone con il suo Iperuranio ci racconta che le idee sono la base della conoscenza e sono sempre esistite. Si parte dall’alto e si scende verso il mondo in un moto Top-Down.
Le forme sono eterne e l’osservazione della realtà non è altro che una blanda approssimazione. Il cerchio come idea è la perfezione e quello che noi vediamo non sono altro che imperfezioni che lo rappresentano.
Aristotele invece ci riporta con i piedi per terra e ci invita ad osservare le cose per costruire le relazioni. Il suo approccio Bottom-Up osserva, raccoglie, cataloga e poi rappresenta per induzione una regola generale. Una infinita quantità di dati e di osservazioni per creare il modello del mondo, come insieme di mille microscopiche osservazioni.
Forzando Aristotele più di quanto meriti, il cerchio perfetto non esiste, esistono serie di punti che disposti in un certo modo decidiamo di chiamare cerchio. Il Cerchio sta nelle cose “rotonde”, non nel singolo punto e il nome viene dall’insieme.
Il mio amico LLM sobbalza a queste riflessioni, si sente chiamato in causa.
Diciamolo senza giri di parole, l’intelligenza artificiale di oggi non è altro che il più grande seguace di Aristotele mai esistito.
Il modello multimodale non possiede l’idea del cane, ma mille raccolte di immagini che hanno caratteristiche simili e che lo portano ad individuare un cane quando statisticamente l’insieme di pixel si avvicina. Non proprio l’induzione di Aristotele che risale alla regola, ma una associazione statistica che la approssima senza mai formularla.
Se togli al modello i pesi in cui ha condensato l'immenso dataset di training non gli resta nessuna conoscenza.
L’essere umano, il Platone in carne ed ossa, tende ad idealizzare un’idea, un concetto senza avere la proprietà di ogni singolo elemento. Ogni tanto l’essere umano è capace di andare oltre i dati osservati ed inventarsi un’idea.
Non tutti gli uomini sono dei geni, così come nessuna macchina lo è e forse con i modelli attuali non lo sarà mai.
In realtà, tra i due modelli dell’antica filosofia greca c’è un passaggio transitorio e una proiezione verso l’infinito.
Ed è nell’approccio alla conoscenza di Galileo che possiamo cercare il percorso che ci porta dall’AI alla AGI. Galileo eredita lo sguardo di Aristotele, non le risposte. Osserva e misura, poi però immagina la caduta dei corpi in un vuoto che non può produrre e quindi osservare. Nessun dato, solo un modello, “Sensate esperienze e necessarie dimostrazioni” le chiamava lui, quasi Aristotele e Platone nella stessa frase.
Lasciamo per un attimo riposare la ricerca esasperata della potenza di calcolo, dei mega server con miliardi di parametri, e proviamo ad immaginare un approccio integrato, elegante. La strada verso l’AGI non è scalare il calcolo, ma integrare con eleganza ciò che oggi resta separato.
Accumulare non è trascendere e forse integrare e cooperare aiuta più che accumulare.
Se vogliamo andare verso Platone dovremmo dare più spazio ad alcune ricerche in corso, non come soluzioni future, ma come architetture complementari.
Il ritorno della filosofia Neuro-Simbolica. Il recupero dei sistemi inferenziali, la vecchia scuola della logica formale. Riprendere i temi cari ai “padri” McCarthy, Minsky, Feigenbaum con l’IA simbolica e i sistemi esperti che ragionano su simboli astratti.
La logica formale che orchestra le reti, non reti che si auto-orchestrano. L’idea del modello che si trasforma e gestisce la potenza dei dati.
Poi ci sono i World-Model, modelli che simulano le leggi del mondo, che ne rappresentano lo spazio. Modelli del mondo, non del solo testo.
E’ il contatto diretto con la realtà esterna tutto quello che oggi manca ancora ai sistemi di AI e agli LLM moderni, che gestiscono parole, immagini e suoni in uno spazio ricavato da come il mondo viene raccontato, non per esperienza diretta, per avere “toccato con mano”.
Il tutto in combinazione con le più moderne architetture di Planning dei sistemi di robotica. La pianificazione di percorsi che può idealmente pianificare qualsiasi ragionamento verso una meta che qualcuno deve definire, la direzione non ancora la meta.
Magari con nuovi sistemi Neuro-generativi che possono ipotizzare mete, ovvero nuove idee da raggiungere, da idealizzare, per poi realizzare.
Lasciamo per ora perdere il calcolo quantistico ma, prima di uscire e tornare a “riveder le stelle”, diamo spazio ad una visione vertiginosa, quasi magica.
La ragione prima dei dati, anzi contro i dati osservati. Gli esperimenti mentali, i Gedankenexperiment, la capacità creativa di immaginare l’inimmaginabile.
Albert Einstein non è un filosofo nel senso classico. Ma la curvatura dello spazio-tempo non arriva dall'osservazione della realtà, ma arriva da quella dote di genialità che gli fa immaginare una cosa che nessuno poteva ancora vedere.
La teoria che precede la prova è il trionfo di Platone. Ma è anche qualcosa che non possiamo ancora chiedere alla nostra AI, e forse neppure a quella che sarà la figlia della nostra AI.
Non è tanto quanto sappiamo di dati e di modelli, ma quanto sappiamo immaginare quello che non sappiamo. Forse immaginare un colore che non esiste.
Il mio amico LLM mi prende per mano e mi consola. Lasciamo che i geni inventino il futuro, noi normali, piccoli aristotelici e grandi sistemi stocastici, possiamo sognare di costruirlo quel futuro, pezzo per pezzo. E non è poco.