martedì 12 gennaio 2016

Incipit

Torino, esterno giorno passeggiando sotto i portici:

“Hai visto il mio nuovo cappello?” -  disse lui, sinceramente goduto nel toccare la pelle morbida e ricordando la gentilezza del negoziante che aveva visitato poco prima. “Non mi piaceva più la mia testa” - continuò ostentando profonda filosofia per nascondere che l’aveva comprato per pura vanità e per darsi un tono.
Lei sulle prime si lasciò andare alla bassa ironia, poi sorrise e pensò che quel cappello gli stava proprio bene.

Lei sapeva bene che, quando viene il momento di mettere la testa a posto o di fare ordine in una mente sconclusionata, le signore vanno dal parrucchiere: le tinte tolgono il grigio dall’anima, le mèches rischiarano i pensieri, un buon taglio rimette in forma anche uno spirito ammaccato. Anche una semplice messimpiega ha il suo effetto benefico nel riordinare le idee.
Un servizio di qualità, poi, con taglio, massaggio, colore e manicure vale più di qualsiasi psicanalista dal doppio cognome.
Certo che lui con ciocche e permanente proprio non ci stava... il cappello sì.

Lei pensò ai cappelli di suo padre, alle scuse che accampava (ah, la sinusite!) per poterlo indossare anche d’estate, alle pile di cappelli ordinate per colore nei negozi dove lo accompagnava quando era bambina. Chissà dove saranno finiti i cappelli di suo padre…
Vorrebbe accarezzarne uno di quelli di tweed, quelli un po’ rigidi, ma forse vorrebbe soltanto poter vedere suo padre, ascoltarlo ancora un po,  pranzare un giorno a casa sua.

Anche lui si era perso nei suoi pensieri.

Lui avrebbe voluto un cappello più stretto, in fondo voleva semplicemente nascondersi e quelle falde troppo larghe davano un senso estetico eccessivo. Aveva provato a piegarle verso l’alto tentando di ridurre l’impatto visivo, ma inutilmente visto che il problema delle dimensioni dipendeva dalla testa e non dalla fattura.

Aveva passato una vita a cercare di nascondere quei tratti somatici che non amava, esagerati, pensava, per dimensione e ruvidità. Anche se poi il problema di non piacersi è marginale se non si passa davanti ad uno specchio, per cui preferiva pensare a se stesso come immagine del padre, cercandone le sembianze tra rughe e tratti somatici, là dove le somiglianze erano più cariche di nostalgia che di genetica.

Lei lo vezzeggiava nel guardare con ironia e interesse quel nuovo look, ma lui sapeva bene che i pensieri che le passavano per la testa non erano esattamente coerenti con le parole. Ma ne apprezzava l’impegno e le leggeva negli occhi pensieri lontani.

Chissà se quei pensieri incontrollati e selvaggi si erano incontrati per qualche casuale motivo, là dove dove la complicità non è più un gioco ma una semplice intesa.

Magari pensando al padre, ai padri…


lunedì 7 dicembre 2015

Anche i guerrieri piangono

A volte sono solo poche lacrime che scendono libere, senza controllo.
Non veri singhiozzi, ma quella cosa che sale dal profondo.
Un misto di malinconia, tenerezza, inconsapevole rabbia, piccole sofferenze, serenità sospesa.
A volte a scatenare il tutto è una canzone a volte una foto, un messaggio.
A volte il mix di tutto questo.
E’ quello che è successo stamattina, mentre con un tazza di caffè caldo, giravo sulla « rete » e un soffice jazz copriva i silenzi della giornata.
Oggi è il suo compleanno, in quel di Barcellona. Nella notte ci siamo scambiati messaggi, tra gioia e sarcasmo. La sua foto con una candela e una fetta di torta in un bar qualunque della Rambla.
"La fetta di torta di Vito" - mi dice, un locale per la pizza al taglio gestito da una famiglia di pugliesi.
"Vito, la tua torta è buonissima".
Il suo sorriso quasi stupito.
Un abbraccio virtuale, un scambio di faccine sorridenti, fino a tarda notte.
E oggi che mi scrive "… ho messo i vestiti che mi piacciono, per andare alla Sagrada" 
Sarà che forse solo io so cosa vuol dire quel « vestiti che mi piacciono », nella sua semplicità.
Sarà il ritmo del jazz, il suo viso pieno di donna, il suo sorriso.
Sarà che la musica è sempre più soffice, sarà che il pensiero si sposta lontano.
Sarà che tutta la rabbia che ultimamente accumulo, mi sfugge via e non so perché.
E mi accorgo incredulo che anche la mia voce assume un tono più soffice e perde tutto quell’impeto da guerriero rabbioso, sempre sopra le righe.
Con i pensieri che si accumulano e si attorcigliano, come nuvole spinte da un vento indeciso.
E io che li lascio andare.
E’ cosi che anche i guerrieri piangono.
A volte.


mercoledì 18 novembre 2015

Rivendico....

Rivendico il diritto di scegliere in base ai miei più intimi sentimenti come gestire il mio dolore, con tutto il rispetto per il dolore degli altri.
Di piangere una città, un paese, un villaggio, una famiglia, uno sconosciuto.

Rivendico il diritto di piangere i miei cari, di disperarmi per le perdite a me più preziose, parenti e amici, o semplicemente persone più vicine al mio cuore.

Rivendico il diritto di amare la mia donna più delle altre donne, di amare mia figlia più di ogni altro essere vivente su questo pianeta.

Rivendico il diritto di piangere quando tutti sorridono, così come di poter sorridere anche nei momenti più tristi, quando tutti piangono.

Rivendico il diritto di non odiare, anche quando tutti odiano e, ahimè, di non riuscire ad amare, anche quando tutti amano.

Rivendico il diritto di essere diverso, di non rispettare i luoghi comuni, di non dover compiacere…

…e quando ne sento il bisogno, di potermi adagiare nella mia malinconia dove accogliere solo coloro disposti a condividerla con me, in silenzio.

martedì 20 ottobre 2015

Caro Erri.....

Caro Erri, un po’ ti conosco, ho letto alcuni dei tuoi scritti, a volte ti ho anche cercato e sono andato ad ascoltare quello che avevi da dire.
Sono quindi felice che oggi ti abbiano liberato da ogni accusa e tu abbia la libertà di poter dire quello che pensi, che ritieni giusto. 
Io credo, caro Erri, che la libertà di espressione soprattutto quando utilizzata da chi può permettersi ampia risonanza mediatica, porti con se una dose di responsabilità.

Per questo vorrei che tu fossi consapevole della forza delle tue parole e dell’interpretazione e dell'utilizzo che potrebbe esserne fatto da talune frangi, sicuramente minoritarie e infiltrate, che non aspettano altro per esplodere rabbia e insoddisfazione.

Non so caro Erri, se un'altra persona, anche solo uno sconosciuto editorialista di un giornale di provincia, utilizzando le tue stesse parole avrebbe potuto contare su tanta attenzione e su tanto supporto, fino a portare il giudizio a riconoscere quella libertà che forse neppure la nostra costituzione garantisce.

Sai caro Erri, io vorrei avere la tua stessa libertà di espressione per dire che non sono d'accordo, che il termine « sabotare » verso un bene pubblico  (o chiamalo anche un « male pubblico », non importa, non voglio entrare nel merito in questa mia riflessione), non sia eticamente accettabile.

Troppe volte in questi anni ho visto forme di protesta che non riesco a condividere, io sono contro l’uso delle « cesoie » per distruggere. Così come sono contro la generalizzazione dell’odio verso le forze armate che, seppure con qualche distinguo, hanno un ruolo ed eseguono degli ordini.

Io credo che i lanci di pietre, i fuochi sulle strade, i fazzoletti sulla faccia, l’irridere le forze armate, non siano state una scelta intelligente per contrastare una scelta politica che ai locali  (me compreso) non piace.

Difendere o nascondere tutto questo ha fatto male al movimento e male anche ai suoi obiettivi.

Io credo ancora nella dialettica, nel confronto, nella discussione.
Purtroppo sono ormai anni che con gli amici del movimento non si riesce piu’ a discutere :  « O sei con noi o sei contro»…
E io in questo schierarsi obbligatorio non riesco proprio a ritrovarmi.
Io voglio discutere, voglio negare per poter essere convinto del contrario.

Lo sai, caro Erri, che io sarò preso di mira da mille critiche per questo ?
Senza leggere fino in fondo, senza neppure entrare nel merito...
Lo sai che mi diranno che non capisco nulla, che sono ignorante, che mi faccio prendere in giro, che credo ai giornali….
Mi daranno del « voi », come se pensarla diversamente anche su pochi dettagli ti  debba forzatamente condannare al ghetto (il « voi »)

Quindi caro Erri, oggi che hai avuto tutta questa visibilità mediatica, pensa anche a me e a quelli come me.
Prova a usare la tua lucidità, la tua capacità di comunicare per far capire che si può sabotare, ma ci si può anche confrontare.
Che sabotare non vuole dire tirare le pietre e distruggere, ma civilmente impedire (in modo non violento e rispettoso e per un periodo limitato) il regolare svolgimento delle operazioni. Creare disagio, al solo fine di attirare l’attenzione e non per lo scopo ultimo di distruggere.

Io sto con te Erri, e con il tuo diritto e la tua libertà di espressione.
....ma proprio oggi, caro Erri, vorrei che anche tu stessi un po’ con me…