martedì 2 agosto 2016

Gesti antichi

Era appena finita la guerra, un tempo ormai lontano che molti di noi fortunatamente non hanno vissuto.
Immagino una Condove in trasformazione,  la fabbrica, gli operai, via Torino con i ciottoli e le lastre di pietra per il passaggio dei carri.
In quella primavera del ’46, o forse anche prima, Franco entrò per la prima volta nel negozio del barbiere, come garzone per apprendere il mestiere.
Aveva 16 anni o giu’ di li.

Solo qualche anno piu’ tardi il negozio di proprietà, la licenza commerciale, valida ancora oggi, li nel suo cassetto con il timbro del ’57.
Perchè Franco è ancora li, nella stessa via, solo pochi metri di distanza dal suo primo negozio. 
Ancora in piedi, fuori dalla porta ad aspettare il primo cliente, l’amico di passaggio, ad aspettare me, forse, che da oltre 50 anni lo vado a trovare con una abitudine che mi fa ormai tenerezza.
I suo gesti sono sempre gli stessi.
Pochi passi verso la poltrona, il telo fissato dietro al collo con gesto sicuro,  teso sopra le gambe con naturalezza.
Due parole sul tempo, sul lavoro, un cenno al passato, un « ti ricordi ?... » accompagnato da un sorriso.
Il rasoio oliato al momento per una prima passata, e poi le forbici. 
Quelle forbici.
Prendono vita nelle sue mani, musica ritmica. 
Tre colpi di preparazione e uno sui capelli tenuti dal pettine (e non dalle mani come i parrucchieri moderni).
Dal basso verso l’alto, per finire con colpi precisi di rifinitura, sempre senza occhiali anche adesso che gli anni si fanno sentire.

Gesti antichi  che si ripetono fedeli ad un copione da decenni, tanti decenni. Da quella primavera del ’46 (o forse prima)
Perche’ per Franco, mio Zio, il tempo sembra avere regole sue. 

Il rasoio, quello vero d’acciaio, ancora fermo nella mano mentre sfiora la pelle con delicatezza, e il peso di 70 anni di negozio, di barba e capelli non si fanno piu’ sentire.

70 anni di storia, di vita di paese, di colpi di forbice, di sapone e pennello.

Sempre gli stessi gesti, gesti antichi …




sabato 20 febbraio 2016

Fino all'ultimo respiro...

Immagino un tempo fuori dal tempo.
E immagino una coppia, due persone non più giovani, ma dignitose e sicure di se.
Allegre senza darlo a vedere. Felici senza saperlo. E vivi più di quanto lo siano stati in passato.
Immagino quelle due persone sempre vicine, tanto vicine che qualche parte di loro è sempre in contatto. Come una forza inconsapevole ed invisibile.
Capaci di guardare nella stessa direzione con lo stesso interesse e la stessa intensità di quando si guardano negli occhi.
Li vedo passeggiare tra le foglie d’autunno, lentamente.
Poi ogni tanto abbracciarsi, per il gusto di ritrovarsi pur stando sempre insieme.
Immagino i loro sorrisi quando gli sguardi si incontrano e il calore dei loro discorsi quando affrontano temi importanti.
Immagino la loro curiosità, la voglia di sapere per il piacere di conoscere, finalmente liberi da ogni vincolo.
Immagino i loro interessi, la voglia di viaggiare e di vedere il mare.
O semplicemente la voglia di vedere.
Organizzare una cena, scegliere il vino.
La voglia di sedersi su una panchina in silenzio. Respirare il vento.
Ascoltare la stessa musica. Si ascoltare musica, tanta musica.
Immagino lei in cappottino leggero, chiaro, con gli stivali .
Elegante come sempre e bella come il sole.
Con il tempo che sottolinea ed arricchisce i suoi tratti. Quei tratti che lui ha sempre amato quando erano delicati ed accennati che non può non amare ancora di più adesso che sono finalmente più marcati.
Immagino lui, protettivo e sempre impacciato, ma finalmente sereno.
Lo vedo sorridere senza farsi vedere, per poi assumere il suo tono serioso e brontolone di sempre per non farsi scoprire.

Ecco, io ci immagino così  ...fino all’ultimo respiro.


venerdì 29 gennaio 2016

Con gli occhi chiusi

I bambini spesso nascono di notte.
Non è una regola assoluta, ma per me l'unica realtà conosciuta. Io sono nato di notte, mia figlia è nata di notte, si dice che anche Cristo sia nato a mezzanotte.
Forse perché vengono dalla notte, teneramente protetti dal tepore del ventre materno e accarezzati dal cullare ritmico del respiro, il loro unico ambiente conosciuto.
Sono stati al buio e sono stati bene, ancora non sanno quali e quante sorprese potranno scoprire, quando scopriranno la luce.
Ma avranno tempo per conoscere la luce, per capire i colori, per aprire gli occhi ed imparare a vedere.
Adesso il buio è ancora così dolce e protettivo.
D'altronde come può un bimbo averne paura? Il buio non gli nasconde nulla, perché è ancora il nulla la sola cosa che lui conosce.
Ha appena imparato a respirare, una cosa per volta. Con difficoltà e con paura, la prima ondata di aria gli è entrata nei polmoni, come un colpo di vento improvviso.
Già, che colore ha il vento?!
Che importa. Che bisogno ha, lui, di vedere il vento, che bisogno ha di vedere il volto della mamma?
E per questo che i bambini vorrebbero nascere solo di notte, per non dover chiudere gli occhi, ma poter restare ancora un poco li, senza sapere, senza vedere e continuare a sognare.
"No mamma, non darlo alla luce, tienilo ancora un poco con te, proteggilo ancora con l'ombra del tuo corpo, gli hai dato la vita lascia che sia la luce a venirlo a cercare, c'è tempo!"
Chiudi gli occhi anche tu, mamma e ascolta il suo primo respiro. E' notte, ha un attimo di vita, forse ha gli occhi chiusi, forse no.
I bimbi che nascono di notte non hanno paura di chiudere gli occhi perché sanno che anche con gli occhi chiusi il mondo non scompare.
I bimbi che nascono di notte non hanno fretta di aprire gli occhi, perché sanno che solo così possono continuare a sognare.

Forse è per questo che noi, bimbi nati di notte, abbiamo bisogno di tanto in tanto di chiudere gli occhi, per tornare così, ignari come allora.

martedì 12 gennaio 2016

Incipit

Torino, esterno giorno passeggiando sotto i portici:

“Hai visto il mio nuovo cappello?” -  disse lui, sinceramente goduto nel toccare la pelle morbida e ricordando la gentilezza del negoziante che aveva visitato poco prima. “Non mi piaceva più la mia testa” - continuò ostentando profonda filosofia per nascondere che l’aveva comprato per pura vanità e per darsi un tono.
Lei sulle prime si lasciò andare alla bassa ironia, poi sorrise e pensò che quel cappello gli stava proprio bene.

Lei sapeva bene che, quando viene il momento di mettere la testa a posto o di fare ordine in una mente sconclusionata, le signore vanno dal parrucchiere: le tinte tolgono il grigio dall’anima, le mèches rischiarano i pensieri, un buon taglio rimette in forma anche uno spirito ammaccato. Anche una semplice messimpiega ha il suo effetto benefico nel riordinare le idee.
Un servizio di qualità, poi, con taglio, massaggio, colore e manicure vale più di qualsiasi psicanalista dal doppio cognome.
Certo che lui con ciocche e permanente proprio non ci stava... il cappello sì.

Lei pensò ai cappelli di suo padre, alle scuse che accampava (ah, la sinusite!) per poterlo indossare anche d’estate, alle pile di cappelli ordinate per colore nei negozi dove lo accompagnava quando era bambina. Chissà dove saranno finiti i cappelli di suo padre…
Vorrebbe accarezzarne uno di quelli di tweed, quelli un po’ rigidi, ma forse vorrebbe soltanto poter vedere suo padre, ascoltarlo ancora un po,  pranzare un giorno a casa sua.

Anche lui si era perso nei suoi pensieri.

Lui avrebbe voluto un cappello più stretto, in fondo voleva semplicemente nascondersi e quelle falde troppo larghe davano un senso estetico eccessivo. Aveva provato a piegarle verso l’alto tentando di ridurre l’impatto visivo, ma inutilmente visto che il problema delle dimensioni dipendeva dalla testa e non dalla fattura.

Aveva passato una vita a cercare di nascondere quei tratti somatici che non amava, esagerati, pensava, per dimensione e ruvidità. Anche se poi il problema di non piacersi è marginale se non si passa davanti ad uno specchio, per cui preferiva pensare a se stesso come immagine del padre, cercandone le sembianze tra rughe e tratti somatici, là dove le somiglianze erano più cariche di nostalgia che di genetica.

Lei lo vezzeggiava nel guardare con ironia e interesse quel nuovo look, ma lui sapeva bene che i pensieri che le passavano per la testa non erano esattamente coerenti con le parole. Ma ne apprezzava l’impegno e le leggeva negli occhi pensieri lontani.

Chissà se quei pensieri incontrollati e selvaggi si erano incontrati per qualche casuale motivo, là dove dove la complicità non è più un gioco ma una semplice intesa.

Magari pensando al padre, ai padri…