domenica 8 maggio 2022

Per una vocale Martin perse la cappa

 

C'è chi riesce a capire la differenza tra “un assessore” e “un’assessore”, chi non si ferma alla vocale finale.
Curioso che alcuni termini si siano declinati al femminile, come Avvocato, Elefante, Professore, Dottore senza la ricerca della “A” finale. Lontani insegnamenti delle scuole elementari, quando la purezza della lingua era ancora importante, cosi’ come la “musicalità”.
Perche’ la lingua è anche musica, cosi’ almeno affermano molti di coloro che non conoscendola ci ascoltano parlare.
Musica, vuol dire melodia, fluidità, naturalezza.
Non che “assessora” o “sindaca” sia cacofonico, ma la sensazione è che la musicalità un po’ incespichi, soprattutto sul primo, o meglio sulla prima.
Fortunatamente molti termini sono ancora rimasti nella loro originalità, non ho ancora visto declinare “oste” in “ostA”, o “esercente” in “esercentA”.
Con tutto il rispetto del “gender” che non si riconosce in quelle “e” o quelle “o” finali che comunque da secoli e senza tanti problemi si sono ben comportate alla fine di determinati termini.
Altrimenti, allo stesso modo, simili considerazioni andrebbero fatte per nomi che non adeguatamente rispettano il “gender” da quelle tante simili indelicate situazioni dove è la “A” finale a fare la differenza.
E da domani dovremmo iniziare a proporre “osteopatO”, “fisioterapistO” o “pediatro” quando riferito ad un professionista maschile, o meglio… “prefessionistO”.
Cosi’ come “trotO”, se paragonato a quel pesce che nell’immaginario collettivo non brilla per vivacità intellettiva.
Anche “geometra” o “autista” dovrebbero essere rivisti, per non parlare del “patriarca” o del “gesuita”.
Persino “poeta”, volendo, dovremmo lavorarlo un po’, grazie alla sua storica “A” finale non dovremmo piu’ ricorrere all’elaborato “poetessa”, mentre per il senso primario ed originale potremmo proporre un inedito “poetO”.
Eppure siamo bravi quando usiamo lo stesso termine con senso appropriato rispetto al genere riuscendo a distinguere il senso semantico de “LA Fine” rispetto a “IL fine” o de "IL vocale", rispetto a "LA vocale".
La stessa lingua che distingue nel mondo dei “felini” IL “Leone” e IL “Ghepardo”, da LA “Tigre” e LA “Pantera”, e qualche motivo c’è.
Sofisticazioni rispetto a certe altre lingue che tali problemi proprio non se li possono porre…
THE END

domenica 24 aprile 2022

25 Aprile


Io ho paura, paura di non avere paura. 
Eppure vedo scene di distruzione, di desolazione, di strazio infinito.
Città rase al suolo, edifici bruciati e distrutti.
Non ci voglio credere, mi dico che non è possibile. Non ha senso.
Non posso credere che sia tutto cosi’ terribile, che ci sia ancora una umanità capace solo di distruzione, di dolore, di cattiveria, di soprusi.
Non arrivo o meglio non voglio distruggermi l’anima nel sentire il dolore di chi ha perso tutto.
Non ce la faccio, non reggo, mi devo fermare prima, alla distruzione. Non voglio avere paura.
Il dolore della disperazione lo percepisco, lo sento, ma non lo voglio vedere, non lo reggerei.
Non è una nuova guerra e non è diversa da tante altre in altri luoghi con o senza gli stessi attori.
Ma per l’impetuosità degli eventi, il precipitarsi della situazione, la sensazione di distruzione totale, quotidiana, mi sembra piu’ violenta che mai.
La mancanza di qualsiasi iniziativa diplomatica, l’assenza di una volonta’ comune o trasversale di ricerca di una soluzione di pace, mi sconvolge.
Quasi irreale la mia vita comoda, la mia casa pulita, l’acqua corrente.
Quando un vaso rotto, un bicchiere in frantumi sembra già una tragedia.
Eppure sono qui a ripensare al mio pacifismo, al “fate l’amore non fate la guerra” come uno slogan ormai obsoleto. E la libertà come un diritto acquisito per sempre, impensabile imbracciare un fucile per difenderlo.
Non capisco nulla di guerre, ma so che in ogni guerra c’è sempre l’oppresso e l’oppressore, e non importa se qualche oppresso è stato oppressore in passato.
E in guerra non sempre vale la dottrina del male minore, perche’ un male anche se minore è sempre un male.
Non è una divisione di popoli, ma lotte di potere, perche’ poi viviamo tutti sotto le stesse stelle. Amiamo allo stesso modo figli e compagne. Vogliamo vivere in pace, respirando la stessa aria.
Volgiamo il rispetto del diritto all’autodeterminazione.
E io, nonostante tutto, ho paura di non avere paura, di guardare tutto con distacco, per non avere paura davvero.
Maledetto me. Impara la paura, la commiserazione, la comprensione, condividi quegli sguardi di terrore, rispetta la dignità di chi ha perso tutto..
Guarda dritto negli occhi quelle facce annerite dal fumo delle esplosioni.
Perche’ si, si puo’ combattere e morire per la libertà.
Come hanno combattuto i nostri padri, i nostri nonni.
"𝘌𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘷𝘪𝘴𝘴𝘶𝘵𝘰 𝘢𝘭 𝘥𝘪 𝘭𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦, 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘵𝘪 𝘥𝘢 𝘶𝘯 𝘥𝘦𝘴𝘪𝘥𝘦𝘳𝘪𝘰 𝘪𝘯𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘢𝘤𝘦.
𝘕𝘰𝘯 𝘦𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘣𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘣𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘰𝘯𝘰. 𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘦̀ 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘥𝘪 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭’𝘪𝘯𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘤𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘧𝘶𝘵𝘶𝘳𝘰.
𝘍𝘢𝘵𝘦 𝘢𝘨𝘭𝘪 𝘶𝘰𝘮𝘪𝘯𝘪 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘳𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘶𝘴𝘰, 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘦𝘨𝘶𝘪𝘵𝘢𝘵𝘦𝘭𝘪, 𝘢𝘧𝘧𝘭𝘪𝘨𝘨𝘦𝘵𝘦𝘭𝘪: 𝘴𝘰𝘱𝘱𝘰𝘳𝘵𝘦𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰, 𝘳𝘪𝘴𝘰𝘳𝘨𝘦𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰. 𝘓𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘢 𝘩𝘢 𝘪𝘯 𝘴𝘦́ 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘰𝘳𝘥𝘪𝘯𝘢𝘳𝘪𝘦 𝘦𝘯𝘦𝘳𝘨𝘪𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘧𝘰𝘳𝘴𝘦 𝘭’𝘦𝘴𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘴𝘢𝘤𝘳𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢̀.
𝘔𝘢 𝘵𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦𝘵𝘦 𝘢 𝘶𝘯 𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘱𝘦𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘦 𝘭𝘰 𝘢𝘷𝘳𝘦𝘵𝘦 𝘴𝘷𝘶𝘰𝘵𝘢𝘵𝘰, 𝘢𝘯𝘯𝘪𝘤𝘩𝘪𝘭𝘪𝘵𝘰, 𝘷𝘪𝘯𝘵𝘰.
𝘝𝘪𝘷𝘢 𝘭𝘢 𝘭𝘰𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘓𝘪𝘣𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦."(𝘤𝘪𝘵. 𝘎. 𝘛𝘢𝘮𝘱𝘪𝘦𝘳𝘪)
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MI piace pensare che la libertà non sia un diritto acquisito, ma un privilegio, e per me una sensazione di leggerezza, quasi di piacere.
Libero di pensare, di scrivere, di uscire o di restare.
Ma anche libero di mangiare, di scegliere, di vivere o morire.
Dedico questo pensiero a tutti gli arroganti che puntualizzano, agli isterici che si inalberano, ai benpensanti che giudicano. Loro non sanno, poverini, di avere il privilegio di poter essere arroganti, isterici e benpensanti. Loro non godono...

domenica 27 febbraio 2022

Pensieri e parole

Scrivono tutti, parlano tutti, tutti con le idee chiare, opinioni precise. 

La verità in tasca.

Io, invece solo ansia e angoscia. E tante domande.

Noi che abbiamo la tecnologia piu’ avanzata, che abbiamo imparato a sconfiggere tante malattie.

Noi che abbiamo creato benessere, che controlliamo l’energia, che andiamo sulla luna e forse su marte

Capaci di spiegare l’infinitamente piccolo e guardare fuori, la dove non ci sono confini nell’infinitamente grande.

Noi capaci di illuminare le notti, volare come gli uccelli, catturare l’energia del sole.

Gli stessi noi capaci di scavare nell’animo umano, nelle dinamiche delle relazioni, nelle piu’ recondite asperità dell’evoluzione. Capaci persino di descrivere la complessità del Chaos.

Perche’ noi, quegli stessi “noi”, non siamo in grado di prevedere, anticipare, gestire tutte le anomalia che si formano?

Perche’ non possiamo prevedere il male?

Perche’ non riusciamo a gestire la crisi climatica, prima che il mondo muoia di disperazione propria?

Quale incredibile lacuna dell’umanità permette ogni tanto di lasciare un potere immenso ad un folle senza riuscire a contenerlo in tempo, prima che sia impossibile intervenire.

Con quale dinamica, un solo essere umano, un folle, può mettere in scacco il mondo, gestire la valigetta con il bottone nero.

E non un folle sconosciuto, venuto da nulla, uscito da astronave extraterrestre, o da una caverna. Ma un folle conosciuto, temuto, studiato, ahime’… tollerato.

Perche’ il mondo interno con tutta la tecnologia, la conoscenza, tutta la diplomazia, le risorse e la ricchezza che possiede si trova improvvisamente inerme di fronte a quel folle, senza saper come reagire, come intervenire.

Forse perche’ ci siamo abituati a vivere una quotidianità dove il problema è sempre lontano da noi, le responsabilità in qualche altra dimensione.

Il nostro giardino è verde, l’acqua sgorga dalla fonte, il mare limpido, il cielo blu, la dispensa ricca. 

Perche’ pensare? Perche’ angosciarci? Meglio ignorare, meglio abituarci a rimandare li pensieri a domani. Le decisioni, gli interventi, i sacrifici, le discussioni possono aspettare,

“Andrà tutto bene”.

Un perenne “andrà tutto bene”, pensando che qualcuno, forse il fato sistemerà tutto.

Chissà, con l’umanità in bilico, in attesa di una botta di culo.

E poi ci svegliamo una mattina con il fiume in secca, con una inondazione alle porte, un missile sulla testa, un folle con il dito sul bottone nero.

E la gente muore, come 100 anni fa, come 1000 anni.

Per la pelle di un bisonte, per un metro cubo di gas, per l’ego e l’aggressività insita nell’animale che è in noi.

Per una religione, per un confine, per un folle.

E, niente, io scrivo e penso e scrivo... ma resto con le mie domande, e l’angoscia non passa…

lunedì 17 gennaio 2022

Il muro...


A volte bastano pochi metri per essere da una parte o dall’altra di un muro.
Talmente vicino che lo puoi toccare quel muro con la sensazione che la consistenza sia estremamente diversa dalle due parti.
Da questa parte, dal mio punto di osservazione, il muro è solo un muro, imponente e cupo, ma con nessun desiderio di volerlo scavalcare.
A volte basta una disattenzione, una brutta strada, un errore, una compagnia sbagliata per trovarsi quasi inconsapevolmente dalla parte meno piacevole di quel muro.
Altre volte è un rischio consapevole che qualcuno vuole correre, altre volte, peggio, diventa una sfida.
Ho un amico carissimo che dietro quel muro ha passato un periodo della sua gioventu’, molti anni fa. Una persona buona e generosa, a cui voglio molto bene.
Ora guarda il muro dalla mia stessa parte, forse con piu’ dignità e consapevolezza di come lo guardo io.
Perche’, dopo aver pagato il proprio debito, ognuno ha il diritto di vivere la propria vita.
E riprendersi i propri diritti.
Poi ognuno di noi guardando il muro, a prescindere dalla parte da cui lo guarda, puo’ fare i conti con la propria coscienza, puo’ valutare se la propria vita l’ha vissuta al di sopra di ogni debolezza. Ognuno di noi può percepire nelle relazioni e nella società riconoscimenti di stima, onesta’ anche solo intellettuale, sensibilità, rispetto, coerenza.
Un confronto non tanto con i propri diritti, ma con la propria coscienza personale e sociale.
Non conta quale parte del muro ognuno di noi possa avere avuto l’esperienza di vedere, forse conta di più come gli altri vedono noi, ogni giorno per quello che siamo.


domenica 19 settembre 2021

Il tempo è una illusione







Il presente è l’unica cosa che conta.
Quel semplice istante che stai vivendo. Adesso, ora. 
Un sorriso, un profumo, un soffio di vento.
Il presente è l’emozione che provi in quel preciso attimo, non quello che fai.
La sensazione delle labbra sfiorate, il battito del cuore, una carezza.
Quello che senti è l’emozione di quell’istante
Che non è piccolo, neppure piccolo a piacere, perche’ l’istante in quanto istante non ha tempo. 
Il resto è presente che diventa passato. E in quanto passato è qualcosa che non esiste piu’
Come un fiammifero bruciato, che non è piu’ un fiammifero.
Perche’ il passato non esiste. 
Esiste il ricordo del passato, a volte immagini, ricordi di sensazioni che sembrano rivivere solo per l’emozione che hanno generato nel loro presente.
E tutto quello che potrebbe succedere e che forse succederà, ancora non esiste.
Il futuro non esiste, il futuro non si crea, non è nascosto da nessuna parte.
Decisioni prese per il futuro, progetti e sogni non sono altro che emozioni del presente.
Perche’ quando accadranno, se accadranno, saranno “presente” per un istante e saranno in quel presente la sola cosa che conta.
E una volta vissuta quell’emozione, quel momento non esisterà piu’. 
Solo il ricordo in un nuovo presente, come il ricordo del passato che nel presente e’ presente stesso e subito ricordo.
Si, tutto quello che conta è l’istante che stai vivendo.
Forse il migliore istante della tua vita, la migliore emozione che tu possa provare.
Vivila, perche’ poi sparirà in un velleitario passato che non esiste.
Una emozione appesa nel nulla di un tempo che non ha senso come tempo, perche’ nulla trascorre, ma tutto esiste solo per un attimo.
Senza un futuro che è solo un pensiero, una semplice emozione del presente su qualcosa che ancora non esiste, e che non esisterà se non come nuovo istante.
Perché anche il tempo non esiste, è un'illusione.
Pufffff……

lunedì 5 aprile 2021

Temporaneamente...

Se hai perso il tempo, cercalo
se non hai tempo, chiedilo
se non hai più tempo, ricompralo
se ti manca il tempo, svegliati
se non perdi tempo, imprestalo
se prendi tempo, restituiscilo
se aspetti il tempo, siediti
se non passa il tempo, non aspettarlo
se il tempo stringe, allentalo
se il tempo fugge, rincorrilo
se cambia il tempo, adattati
se sei fuori tempo, rientra
se spendi tempo, riguadagnalo
se non è tempo, ignoralo
se non è più tempo, cos’è?
se hai tanto tempo, regalalo
se sei a tempo, sei arrivato
se non sei a tempo, dove sei?
se non lasci il tempo, sposalo
se lasci il tempo, consolalo
se cerchi tempo, chiamalo
se sbagli tempo, scusati
se batti il tempo, hai vinto
se trovi il tempo, mostracelo
se sei contro tempo, difenditi
se sei senza tempo, ordinalo
se ammazzi il tempo, vai in galera
se precorri il tempo, rallenta
se rincorri il tempo, accelera
se chiedi tempo, pagalo
se scade il tempo, buttalo
se c’è tempo, possiamo cominciare
se non c’è tempo, chi può sostituirlo?
se non c’è mai tempo, non chiamiamolo più
se reggi il tempo, non lasciarlo cadere
se hai ancora tempo, metti un like 😅





giovedì 18 febbraio 2021

“Vogliatevi bene, il resto non conta”


Un vecchio biglietto trovato quasi per caso in un vecchio libro, conservato piu’ per nostalgia e malinconia per l’interesse del libro.

Ma il biglietto porta il giallo degli anni, e quella calligrafia elegante che non si usa piu’.

Un biglietto che non avevo mai visto, di cui non conoscevo neppure l’esistenza.

Semplice nelle sue parole, quasi elementare. Eppure cosi’ forte se penso al momento, al contesto, alla storia.

Lei era bellissima, ma veniva da un paese lontano, molto lontano per quel tempo.
Lui aveva vissuto, era alto, sicuro di se. 
A quel tempo io non li conoscevo ancora, anzi proprio non c’ero.
Pero’ riesco ad immaginare il clima e l’avventura.

Lei figlia responsabile di un padre eclettico, romantico, imprenditore, amante della bella vita, creativo. 
Nel Veneto, regione dell’est ancora agricola e bigotta, lui si intendeva di tutto, soprattutto di vini.
Lui aveva capito il marketing, le etichette non solo il vinaccio da taverna e manda la figlia colta a discutere con la  Martini a Torino. Che idea, e poi un viaggio pazzesco.
E lei parte per Torino, un po’ come partire per l’america.

Il fatto che a Torino, anzi in un piccolo paese di provincia, ci fosse anche la sua amica d’infanzia che aveva sposato un bel falegname piemontese conosciuto come un tempo nel vestire la divisa, proprio in Veneto.
E quella sera con l’amica di infanzia, caso volle che ci fosse anche il miglior amico del falegname.
Si, proprio lui. Bello, alto, ben vestito, con lo sguardo imbronciato, la sigaretta in bocca.
Che quella sera, passato per caso, perde la nozione del tempo e si dimentica di rientrare per cena.
Alla fine della serata si salutano e lei torna a Verona. Forse lui le ha lasciato un numero di telefono, forse si sono scambiati gli indirizzi, forse si sono detti qualche parola segreta che non ho mai saputo.
Ma da quella sera la loro vita non fu piu’ la stessa.

Si dice che si siano rivisti tre volte in un anno, non poco per la distanza, per la difficoltà di viaggiare, per quei tempi. 
Lunghe lettere immagino e giornate passate al telefono pubblico in attesa della conferma della teleselezione. Certo un dialogo difficile.
E poi la lingua italiana, visto che i dialetti erano quasi come una lingua straniera. 
Cosi’ come la cultura, i circoli di amici, le conoscenze.
Lui con un atteggiamento un po’ borghese del Piemonte guida d’Italia, ma fiero del suo lavoro e della sua indipendenza.
Lei colta e profonda, fiera del suo paese e forse un po’ libertina e ribelle per quel tempo. Spesso confusa e quasi umiliata dai luoghi comuni, dalle ignoranze sociali. Per questo ribelle.
Ma quella sera, quello scambio di sguardi, quei respiri, quell’italiano necessario e ricercato, quel flusso che non sai da dove venga avevano accarezzato tutte le differenze e creato la bolla perfetta.

Non avevano piu’ vent’anni, non avevano tempo di conoscersi meglio, dovevano vivere, dovevano viversi.
E contro tutto e tutti decidono di iniziare la loro vita insieme, perche’ vedersi tre volte all’anno non era piu’ sostenibile e poi dovevo arrivare anch’io.
Chissà quanti pensieri, chissà quante confidenze con l’amica del cuore.
E’ cosi’ che Marisa, l’autrice del biglietto e amica di sempre di mamma augura loro: “vogliatevi bene, il resto non conta”.

Quel “resto” che non conta neppure adesso che stanno insieme ormai per sempre.

#rosetta #giorgio #anni50 #lamoreèunacosameravigliosa

sabato 19 dicembre 2020

"Vengo anch'io... no, tu no."

Ho comprato dei libri per le prossime settimane di “riflessione”, libri che dovrebbero evitare proprio che faccia troppe “riflessioni”.

Come stamattina che mi sono svegliato con il dubbio.

Ma la notte di Natale, seguendo la stella Cometa, quale tra i Re Magi: Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, deve rimanere a casa, non potendo, poveri, il giorno dell’Epifania presentarsi in tre.

Ho già dato per scontato che i pastorelli, poveretti pure loro, dovranno tenersi a debita distanza e limitarsi a mandare le pecore a fare visita.

Forse una deroga per una visita da parte di DUE loro rappresentanti magari solo il giorno di Natale, potrebbe essere concessa all’ultimo momento dalla divina provvidenza. Fosse anche per recuperare le pecorelle.

Ma i re Magi, che non erano poi tanto Re, quanto Saggi e astrologhi e che già devono “autogiustificarsi” con Erode per la loro scappatella a Betlemme, come devono organizzarsi?

Immagino i loro dubbi, dopo aver scoperto che possono fidarsi, con fede e speranza, del “navigatore” Stella Cometa per percorrere quei 10 chilometri che separano Betlemme da Gerusalemme. 

Ed io, nel frattempo, tra le riflessioni della vigilia mi chiedo come mai al “furbo” Erode che vede una stella cometa fermarsi sopra una capanna di Betlemme non venga il dubbio che il Cristo che tanto lo preoccupa non sia proprio sotto la Stella Cometa.

Ma torniamo ai Re Magi.

Melchiorre nella sua tunica viola, penitente, adorante e pieno di luce, deve portare l’ORO al “re dei Re”. Devozione, rispetto, un po’ di giustificata adulazione e forse anche una piccola rivincita alla nascita in una capanna. 

Non posso non esserci” sostiene Melchiorre, “sarebbe come sminuire un momento che cambierà la storia dell’umanità.

Gaspare è il piu’ timido dei tre, molto devoto e adorante, nonostante il mantello
purpureo se ne sta in un angolo pronto con il suo prezioso INCENSO a ricreare quella atmosfera carica di profumi e solennità.

Non riesco proprio a immaginare un Re senza l’incenso, il suo profumo, il fumo che sale fino alle narici del Padre”.

E poi Baldassarre, in un angolo con la sua preziosa e delicata MIRRA, forse il più puro, il più vero dei Re Magi. Ammetto, mi è sempre stato simpatico Baldassarre, non solo per il dono più utile e meno conosciuto, ma per la sua sincera purezza, il bianco della sua tunica, il blu del suo mantello.

Vengo anch’io”, dice Baldassare con umiltà, “non ho Oro e Incenso, non sono un Re, ma la Mirra solo io posso portarla, solo io ne conosco i segreti, e Lui, il Cristo (Unto, ndr.) non puo’ essere il Re in terra senza il mio Unguento, non puo’ essere Cristo”.

Ed io con tenerezza immagino la Befana, chiusa nella sua solitudine, china sotto il peso della responsabilità, vecchia e stanca, a decidere: quale dei TRE.

Quale dei TRE deve rimanere a casa?