sabato 30 marzo 2019

Come il vento...

A volte cerco solo una strada da percorrere.
Non voglio scegliere una via, perche’ quelle volte non ho una meta da raggiungere.
Vorrei solo un tracciato, dei riferimenti, dello spazio davanti a me.
Non mi interessa che sia larga ed illuminata, che sia comoda o trafficata.
La voglio piena di curve, per poter immaginare paesaggi e vivere la sorpresa di scoprirli.
La voglio sconnessa per farmi sentire il senso del viaggio.
Piena di luce e di colori come se potessi essere il pittore che la dipinge nel percorrerla.
Voglio sentire il rumore dell’aria che mi sfiora, il fruscio dell’erba e delle foglie.
Voglio essere animale tra gli animali.
Voglio restarci dentro, perche’ so che posso uscirne quando voglio, veloce come il vento, senza fine.
Perche’ cosi’ sono io, perche’ sono vivo.



Primavera non bussa, lei entra sicura 
Come il fumo lei penetra in ogni fessura 
Ha le labbra di carne, i capelli di grano 
Che paura, che voglia che ti prenda per mano 
Che paura, che voglia che ti porti lontano 

(Faber)

giovedì 31 gennaio 2019

Noi… coetanei…

Era mio nonno

Elegante con il vestito di sartoria, spesso il farfallino e le scarpe bicolore.
Lo sguardo assente e la sigaretta tra le dita annerite dal fumo, me lo ricordo vecchio, come si ricordano i nonni.
Ma un vecchio originale che mi incuriosiva e mi faceva sognare.
Non ho mai saputo che lavoro avesse fatto davvero, se non un generico “affari nel vino e nei vigneti”, aveva anche aperto un bar nel paese, per un breve periodo di tempo.
Ma pare fosse molto conosciuto e particolarmente “smart” come si dice adesso
Aneddoti di vita, come quando cercando di aiutare un amico a vendere la sua vecchia Guzzi raccontava all’acquirente che in frenata “la se cucia so come n’ananareta” (trad. “si accuccia come una paperella”).
O quando per incuriosire gli avventori del bar di un paese un po’ bigotto era andato a scovare un vino campano dal nome ispirato: il “lacryma cristi”
Era mio nonno quello con me in questa foto in bianco e nero, questo vecchio signore elegante che aveva speso tutti i risparmi per la sua Alfa Romeo Giulietta sprint del ’54.

Era mio nonno che mi guardava giocare nel pieno dei sui 56 anni.

Era mio padre

Troppi pensieri si accavallano quando il pensiero di lui mi sfiora, quando ancora fresco è il ricordo della sua voce, la rudezza della sua barba.
Mio complice, compare, dallo sguardo truce e dalla voce impetuosa.
Ho speso troppe notti nel cercarlo nei sogni per potergli parlare ancora una volta, per trovare parole che lo possano far rivivere.

Era mio padre in questa foto degli anni ottanta, ancora in forma nei suoi splendidi 60 anni.


Ero io

Inconsapevole del mio futuro, convinto che la vita tutto sommato fosse per sempre racchiusa nel presente. Senza un domani e con un passato di cui non avevo traccia e neppure interesse. Il mondo di un bimbo è fatto di verità assolute. Di fotografie che non si mettono in discussione, dove il concetto del tempo non esiste.
Per me, bimbo, il mondo era quello che stavo vivendo in quel preciso istante e non avrebbe potuto essere diverso, nè mai sarebbe cambiato.

Ero io già imbronciato per chissà quale pensiero allo scoccare del mio terzo compleanno.


Siamo noi... coetanei..

Non pensavo allora che avrei passato la mia vita, piena e consapevole e che avrei raggiunto papà e nonno, ormai miei attuali coscritti.

E siamo ancora qui, noi 60enni, con l’impressione che il passare delle generazioni sia stato gentile e il passare del tempo, tutto sommato, generoso.



giovedì 4 ottobre 2018

La felicità è comprare cose immorali di nascosto



Quando ero bambino vivevo circondato da molte persone con l’immagine della “guerra”, la guerra vera, ancora ben presente nella loro mente e nei loro discorsi.
Quante sere passate ad ascoltare storie e riflessioni che iniziavano sempre con: “In tempo di guerra…”.
“In tempo di guerra si pativa la fame”
“In tempo di guerra c’era la tessera…”
Per me, bimbo, la “tessera” era quasi qualcosa di magico. Immaginavo un mondo dove i soldi non erano piu’ necessari, dove bastava portare una tessera per avere pane, latte e anche qualche vestito.
La guerra non l’avevo vissuta, cosa ne sapevo del razionamento, della fame, e più in generale della “tessera annonaria”.
Ma come tante cose che si vivono da bambini, l’immagine della “tessera” aveva preso alloggio in qualche meandro dei miei ricordi, tanto che ogni tanto risvegliata degli eventi della vita mi tornava l’immagine della nonna, ma anche della mamma quando parlavano della famosa “tessera”, dei giorni in cui determinati generi erano “prelevabili”, o meglio, come ho poi capito, “comprabili”.
Non ho visto tessere in Siberia, in un viaggio negli anni 80 alla citta delle Scienze in quel di Novosibirsk, dove un giorno accompagnato dagli studenti siamo andati a comprare il burro, visto che nel “supermercato”, che di super non aveva molto, c’era SOLO burro…. Giornata di festa mi confessarono gli amici locali, mentre scartavano con occhi lucidi i “Ferrero Rocher” che avevo portato.
Ricordo invece, ma in modo indiretto visto che ero un turista, i racconti sulla "botega" Cubana i negozi dell’ Avana dove i locali potevano comprare con la "libreta" i generi di prima necessità ad un prezzo convenzionato.
Non so perchè, ma in questi giorni questi ricordi nascosti dal tempo sono riaffiorati, come fotografie cariche di seppia trovate al fondo di un cassetto.
Senza nessuna relazione, neppure lontanamente, con situazioni passate di grande sofferenza e di fame. E' solo che, evidentemente, qualche scintilla li ha risvegliati.
I ricordi aiutano a riflettere e a volte qualche riflessione, anche se solo personale su modi e metodi, può tornare utile.
Non tanto per soffermarsi su fame o povertà, ci mancherebbe, ma per richiamare un paio di valori importanti: la dignità e il rispetto.

venerdì 18 maggio 2018

Stomadocracy: la democrazia della "pancia"


Una volta c’era la democrazia rappresentativa.
A quel tempo esistevano figure, credo chiamate “statisti”, che avevano studiato e si erano preparati a fare il bene dello stato, non necessariamente del singolo ma per l’insieme dei singoli.
Ogni cittadino, sulla base delle proprie idee e dei propri principi, si identificava in uno statista che li potesse realizzare e a lui dava mandato.Lo statista poteva essere bravo o meno nel realizzare quanto promesso, onesto o meno nel gestire la cosa pubblica, ma la stessa democrazia ne avrebbe deciso il suo futuro.
Noi esseri comuni non avevamo tutte le conoscenze dei decreti, degli equilibri internazionali, delle leggi dell’economia… ma gli statisti si, era il loro mestiere.
Insomma... un po’ come scegliere il proprio medico per poi affidarsi alle sue cure…
Poi vennero loro, quelli che “fa tutto schifo”, gli “statisti sono una casta” che non fanno gli interessi dei cittadini e quindi meglio un ignorante e ancora meglio se belloccio, sornione e “compagnone”.
Uno qualunque, giusto con un buon carico di ego, pronto a raccogliere tutte le rabbie e a sciorinare promesse sulla base delle richieste piu' disparate del cittadino del marciapiede.
Meno tasse, uno stipendio senza lavorare, in pensione quando ancora si puo’ fare un po’ di sport…. ecc...
Magari anche il sole garantito la domenica e la neve il giorno di Natale.
Il tempo della democrazia dal basso, la delega all’uomo qualunque… non importa se poi non si possono realizzare le promesse fatte, intanto si guadagna del tempo, ma soprattutto ci si illude anche un po’.
Ora quello che era uno statista, che doveva muoversi in modo libero per poter attuare i propri programmi, diventa un portabandiera che non deve “tradire” chi lo ha istruito e scelto per agire (beh… non esageriamo…) piuttosto che per pensare.
Ma anche questa democrazia è superata.
L’ultimo baluardo è la democrazia della “pancia”.
Anche l’uomo qualunque fa un “passo di lato”.
Si decide un programma, lo si chiama “contratto”.... si fa finta di discuterlo a fondo e poi lo si lascia trapelare in modo che tutte le “pance” del paese possano emettere rumori di vario tipo.
Si raccolgono i rumori e si “corregge” il contratto per poi farlo trapelare di nuovo…  e cosi’ via.
Oltre la fiaba o il racconto onirico, dalla “Crowdocracy” alla “Stomadocracy".
Con la speranza che così facendo tutte le domeniche saranno soleggiate e a Natale ci sarà una bellissima nevicata.

Del futuro dei nostri figli ne parleremo un’altra volta.





mercoledì 25 aprile 2018

Nota di release 6.0 - ricordati di santificare le feste


Ricordati di santificare le feste…
E se c’è una festa che vorrei santificare piu’ di altre, questa è proprio il 25 Aprile.
Sono stato la seconda generazione e se non ho vissuto in prima persona la “liberazione” ho conosciuto chi me l’ha potuto raccontare.
Ho ascoltato spesso i loro racconti, scevri di epopea ma carichi di emozioni.
Figlio di operai, sono cresciuto unendo il mito della libertà con la fierezza del lavoro.
E la coincidenza della vicinanza delle due feste mi ha sempre tolto il gusto di viverle con il giusto tempo.
Un po’ come mia figlia che nata nei dintorni di Natale vede confondersi le sue due feste preferite.
Pochi ma puntuali i racconti di mio padre, scappato dai rastrellamenti dei tedeschi. Ricordo come una favola il suo racconto, per me bimbo, di quando si nascose per giorni in una stalla, in una mangiatoia, coperto dalle foglie secche…. dove una lontana parente gli portava poche cose da mangiare e sistemava le foglie.
Lei si chiamava Esterina e io l’ho conosciuta, perche’ mio padre mi portava di tanto in tanto in quel di “Lajetto” a trovarla e io, sempre bimbo, non capivo bene quale relazione avesse mio padre con quella vecchietta.
Erano gli anni 60, ma Esterina mi è rimasta nel cuore, ha salvato il mio papà e di lei con tenerezza mi ricordo il 25 di aprile.
E ogni 25 Aprile decido di fare qualcosa, anche una cosa banale, non importa quale, ma nella mia piu’ totale libertà di poterlo decidere. Godendo piu’ della libertà di poterlo fare che del semplice piacere di farlo.
Per ricordarmi di santificare la festa.
Libertà….

Scrivevo qualche tempo fa:

MI piace pensare che la libertà non sia un diritto acquisito, ma un privilegio e per me una sensazione di leggerezza, quasi di piacere.
Libero di pensare, di scrivere, di uscire o di restare. 
Ma anche libero di mangiare, di scegliere, di vivere o morire.
Dedico questo pensiero a tutti gli arroganti che puntualizzano, agli isterici che si inalberano, ai benpensanti che giudicano. 

Loro non sanno, poverini, di avere il privilegio di poter essere arroganti, isterici e benpensanti. 
Loro non godono...