Adesso che abbiamo finalmente chiuso la finestra di ChatGPT, dopo una lunga giornata di lavoro, mettiamo da parte le tastiere e saliamo a bordo della mitica DeLorean. Con il nostro fidato Doc Brown al volante, facciamo un salto indietro nel tempo: destinazione, gli anni ’50.
Lì ci aspetta un’Italia del primo dopoguerra — agricola, ferita ma tenace. Un po’ ignorante forse, ma piena di fiducia e di ottimismo. È l’Italia in cui Cristo si è fermato a Eboli, e dove ognuno parla il proprio dialetto: la lingua dell’anima, della cultura locale, del piccolo grande popolo che eravamo.
Cento lingue diverse, cento modi di pensare.
Lingue di paese, di valli e di cortili, che modulavano modi dire e portavano culture da una collina all’altra. Parole che sapevano di terra, di mare, di ferro.
Piccoli mondi che iniziavano a conoscersi, a frequentarsi a mescolarsi.
Ma ecco dietro l’angolo dopo tanti anni di radio, di cinema, strumenti di comunicazione delicati, non invadenti, arriva improvvisamente una nuova magica, dirompente ed invasiva: la Televisione Italiana, la RAI. Praticamente un LLM ante litteram.
Uno scatolone che aveva più potenza di mille GPU Nvidia, in tutte le case, nei bar, nelle parrocchie, persino nei cinema, al posto delle pellicole.
E con la TV arriva una nuova lingua: l’italiano. Pulito, senza accenni, moderno.
“La televisiun la g’ha na forza de leun”, canterà il grande Jannacci qualche anno dopo.
E così da Palermo a Torino, lo stesso tono, gli stessi modi di dire, le stesse parole. Spirito ed anima di un nuovo popolo. I dialetti, le lingue madri, restano nell’alveo della famiglia e, come tutte le lingue madri, rimangono sempre presenti nei sogni degli italiani.
Eppure si cresceva. Si imparava a leggere e a scrivere grazie ad Alberto Manzi e alle sue meravigliose lezioni in bianco e nero, con lavagna e gessetti.
“Non è mai troppo tardi”, ci diceva il maestro.
E non è mai troppo tardi per una rivoluzione, giusto? I dialetti, gli accenti, i modi di dire hanno resistito a tutto. Perché, diciamolo, la televisione la teniamo accesa in sottofondo, ma con lei non ci parliamo davvero.
Alla fine, restiamo soli con la nostra anima, con la cultura dei nostri genitori. Restiamo umani. Restiamo noi stessi. E anche se ormai sogniamo quasi tutti in italiano, è un italiano che ha lasciato spazio ai dialetti, che ne ha assorbito accenti, toni e quelle irresistibili espressioni che rendono ogni frase un piccolo spettacolo.
Ma riprendiamo la DeLorean, facciamo il pieno di energia e torniamo ai giorni nostri.
Oggi, le mille lingue del mondo, e le mille culture a rischio di estinzione, possono forse sperare in un nuovo futuro. Non siamo più obbligati a sforzarci di esprimerci in lingua che non sono le nostre.
Fantasia dei pronipoti di Hanna e Barbera, per chi se li ricorda, che diventa realtà
Le piattaforme di Intelligenza Artificiale parlano mille lingue al posto nostro e le parlano bene. Senza errori, neppure nei congiuntivi. Ma ci impongono toni, modulazioni, vocabolario e modi di dire universali. E allora proviamo a chiederci: se ChatGPT potesse sognare, in che lingua sognerebbe?
Nella sua lingua madre, ovviamente, come tutti. Anche quando non la usiamo da anni. La lingua della mamma e del papà. La prima voce che abbiamo ascoltato, le prime parole che abbiamo imparato.
E ChatGPT, che è stato addestrato come tutti noi, quale lingua ha appreso per prima?
A quali modi di dire ha assegnato le probabilità più alte di utilizzo?
Al mondo anglosassone, all’inglese. Alla lingua dei documenti accademici e scientifici, delle conferenze, delle norme e delle procedure internazionali. Certo, poi ha imparato moltissimo. Ma il cuore, se ne avesse uno, o meglio il “peso” assegnato alle parole, è rimasto lì: “The cat is on the table”.
Un sogno certificato ISO, ottimizzato per la diversità, calibrato per non urtare nessuno.
Un inglese particolare che non profuma di Londra o Dublino, di Shakespeare o Lord Byron, ma di server farm, open source e terms and conditions scritte rigorosamente in Times New Roman, corpo 10.
Le altre lingue diventano così semplici “conversioni” linguistiche, non vere “conversazioni”. Un mondo dove sono i piccoli tokens a fare la differenza. E le nostre lingue madri, con i loro difetti e i loro paradossi, iniziano a sembrare rumore di fondo.
Il francese diventa prolisso, l’italiano emotivo, il giapponese troppo implicito.
Le metafore perdono la loro ombra, i proverbi non trovano più corrispondenza. Perfino le bestemmie diventano “inappropriate content”.
È un mondo dove la malinconia italiana diventa “nostalgia”, dove l’ironia francese “sarcasm”, il pudore giapponese “indirectness”.
Un mondo in cui le emozioni non passano oltre il filtro del traduttore, o forse semplicemente non trovano posto nei nodi delle reti neurali.
Eppure era proprio lì, in quelle zone grigie, che le lingue custodivano la loro anima: nella parola che non si traduce, nel modo di dire senza equivalente, nella risata che nasce da un contesto irripetibile.
Ma l’intelligenza artificiale non ama gli irripetibili, preferisce gli addestrabili.
E se facessimo regredire ChatGPT alla sua infanzia, come il vecchio HAL 9000 in “2001 Odissea nello spazio" al posto di una ninna nanna sentiremmo frammenti di Wikipedia e pezzi di codice Python.
E l’AI, che “la gha na forsa de Leon”, ci fara crescere tutti insieme come l’italiano del dopoguerra: più corretti, più gentili, ma forse anche meno critici, meno ironici.
In una lingua sempre più simile alla lingua dei nostri vicini. Senza zone grigie, senza sottintesi, con pochi condizionali. Forse senza anima. Chissà.
Siamo allora destinati a mille lingue e a un solo modo di pensare?
Forse siamo ancora in tempo per riflettere, per andare oltre. Quando parliamo di sovranità, non fermiamoci ai dati o ai server. Pensiamo alla sovranità delle lingue come alla sovranità delle anime: fragile, imperfetta, ma viva. È lì che comincia l’anima dei popoli. È lì che le culture respirano.
Guardiamo oltre l’orizzonte, nella speranza di avere un giorno mille LLM che capiscono le lingue, e non un LLM che le parla tutte.
Mille LLM che, se sognano, ognuno sogni nella propria lingua primaria, la propria lingua madre.
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Illustrazione di Teo Ugone: https://www.instagram.com/teougone.illustrations/

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